Inizio (Home) > News & Info > 15/12/1960 Giovedì 23 marzo 2017
 

Atto inaugurale: discorso di P. Balić


 
 
 
 
PAMI

 

EX ACTU ACADEMICO, DIE 15 DECEMBRIS 1960 HABITO

Allocutio R. P. CAROLI BALIC, Academiae Praesidis

 

PONTIFICIA ACCADEMIA MARIANA INTERNAZIONALE

(Note illustrative)

 

 

Nella storia contemporanea del movimento mariologico-mariano, l'anno 1931 segna una tappa rilevante: fu proprio allora che si costi­tuì la «Mariale Dagen», la Società cioè Mariologica Flandro-Belga; cui seguirono: la «Société Française d'Etudes Mariales» (1934); la «Sociedad Mariologica Espanola» (1940) e, due anni prima, nel 1938 il «Centro Internazionale Mariano» dei Servi di Maria. Dopo l'ultima guerra mondiale furono create le Società Mariologiche in Germania, Portogallo, Stati Uniti d'America, Messico, Colombia, ecc.

Orbene, dagli atti di questi vari enti mariologici risaltava che fondatori e membri parlassero dei privilegi mariani in maniera da mostrare spesso che gli uni ignoravano ciò che era stato fatto o detto dagli altri; donde confusioni, ripetizioni, equivoci e divergenze tali da far teorizzare ad un acuto teologo francese i vari tipi di mariologi, che riuniva intorno alle due grandi, ma ben significatile, categorie: il «type critique» ben diverso dal «type dévot ou mystique».

Gli stessi criteri divergenti e, talora, contraddittori, dovevano ri­velarsi presenti anche nei vari Congressi Nazionali Mariani che, ini­ziati nel 1895 a Livorno, continuarono anche dopo il 1912, annonn cui cessarono i Congressi Internazionali, iniziati nel 1900.

Donde la necessità di creare un ente internazionale, autorevol­mente riconosciuto, che rappresentasse non solo l'epilogo naturale del movimento mariano nazionale, ma anche presiedesse alla organizza­zione tecnica di congressi scientifici mariologici, diciamo così, ad alto livello mondiale, per riferire sul progresso compiuto nei singoli con­vegni nazionali, valutarne il risultato e quindi introdurlo nel dominio comune della mariologia.

Da questa costatazione, specialmente della lacuna sopra accen­nata, sorse nel 1946 l'Accademia Mariana Internazionale. Le origini di essa avvenivano sotto fausti auspici, giacché proprio in quell'anno

Pio XII, d'immortale memoria, pubblicava la Deiparae Virginis sulla definibilità dell'assunzione.

Che poi questo ente supernazionale rispondesse all'esigenza del tempo, lo testimoniò il favore, il plauso, l'incoraggiamento e anche, perché no?, l'entusiasmo che ne salutò la costituzione. Il che si notò non solo da parte dei singoli cultori di mariologia, da illustri maestri del pensiero cattolico, ma dalla stessa Gerarchia cattolica, come ne fa fede il prezioso archivio dell'Accademia.

E il plauso, orale o scritto, fu confortato dall'apporto concreto dato alle iniziative della stessa Accademia, che nel 1950 faceva la sua prima prova generale e ufficiale quale ente internazionale con quel I Congresso Mariologico e VIII Mariano, che è indelebile nella memoria di quanti ebbero la fortuna di parteciparvi. La prova si ripeté e, vorremmo dire, si rinsaldò nel 1954 col II Congresso Mariologico e IX Mariano mondiale; finché nel 1958 il collaudo fu pieno e perfettamente riuscito, giacché questa volta l'Accademia doveva la­vorare, cioè organizzare un congresso mondiale, non a Roma, dove è pur sempre facile arrivare, ma a Lourdes, che presentava difficoltà tali che avrebbero sconfortato chiunque non avesse creduto dal pro­fondo del cuore alla bontà e nobiltà dell'iniziativa,

Né le celebrazioni furono solo manifestazioni quasi d'occasione o di parata, perché ormai l'Accademia Mariana Internazionale ha messo a disposizione dello studioso oltre settanta, spesso ponderosi, volumi, e precisamente: 13 volumi degli Atti del Congresso del 1950; 18 di quello del 1954; 17, quanti ne sono cioè previsti, per il Con­gresso del 1958; in più volumi delle diverse collezioni, cioè: «Bibliotheca Mariana Medii Aevi» (8 volumi); «Bibliotheca Mariana Moderni Aevi» (2 volumi); «Bibliotheca Assumptionis B. M. Vir­ginis» (4 volumi); «Bibliotheca Immaculatae Conceptionis B. M. Virginis» (9 volumi); «Bibliotheca Mediationis B. M. Virginis» (2 volumi); «Studia Mariana» (9 volumi).

Ma se di fatto l'Accademia Mariana Internazionale era conside­rata quell'ente supernazionale e centrale, desiderato per un'equa valutazione e necessario consuntivo del lavoro mariologico singolo, nazionale o di singole entità scientifiche, giuridicamente questo di­ritto non le era stato ancora riconosciuto. Finché nell'anno 1959, l'8 dicembre, festa dell'Immacolata, il Santo Padre Giovanni XXIII, avendo dinanzi agli occhi il fatto indiscusso che «I Romani Pontefici nel corso dei secoli hanno sempre ascritto a loro dolcissimo dovere ed altissimo onore circondare di luce la Madonna, illustrare cioè alle menti dei fedeli le grandi verità rivelate da Dio sulla Santissima Madre» (GIOVANNI XXIII, Radiomessaggio alla città di Tortona, in L'Osservatore Romano, 30 agosto 1959), e che «haec aetas nostra indubiis indiciis mariali indole esse videtur» (GIOVANNI XXIII, Nuntius radiophonicus Marialium Congregationum sodalibus, in AAS 51 [1959] 641), non emanava il Motu proprio Maiora in dies, col quale non solo attribuiva all'Accademia il titolo di «Pontificia», ricono­scendone cioè i meriti indiscussi nel campo della teologia cattolica, ma costituiva insieme nel suo seno quel Comitato Permanente, che presiederà nel futuro all'indizione, organizzazione e celebrazione, ogni quattro anni, di congressi mondiali mariologico-mariani.

Da qui ha origine l'attuale struttura organizzativa e direttiva della Pontificia Accademia Mariana Internazionale; da qui poi gli Statuti, approvati dallo stesso Sommo Pontefice il 4 luglio di questo anno, e la nomina del Cardinale Protettore dell'Accademia nella persona dell'E.mo Sign. Card. Segretario della Suprema Sacra Con­gregazione del Sant'Offizio, Alfredo Ottaviani, e del Presidente del Comitato Permanente nella persona dell’Ecc.mo Mons. Arcivescovo di Québec (Canada), Maurizio Roy.

Recentemente poi veniva eletto il corpo direttivo, costituito da eminenti mariologi di varie nazionalità.

La Pontificia Accademia Mariana Internazionale è nata con la prospettiva di servire alla causa della scienza cattolica, con il voto di essere umile strumento nelle mani della Gerarchia cattolica per la glorificazione di Maria nella luce e nei riflessi della glorificazione di Gesù.

E la Gerarchia l'ha seguita passo passo, dal suo sorgere fino alla sua maturità, che si compie nell'atto in cui è inserita ufficialmente fra gli enti maggiori promotori di scienza e di pietà veramente cat­tolica. Fondata inizialmente quale «Commissio Marialis Franciscana» e approvata dal Rev.mo P. Valentino Schaaf, Ministro Generale dell'Ordine dei Frati Minori, e fin da allora diretta dal sottoscritto, ne derivò in seguito l'Accademia Mariana Internazionale, sostenuta dal successore del P. Schaaf, Rev.mo P. Pacifico M. Perantoni, oggi Vescovo di Locri-Gerace; incrementata dal Rev.mo P. Agostino Sépinski, attuale nostro Ministro Generale, questa benefica istituzione trovò il principale appoggio direttamente nella stessa Gerarchia, in particolare dal 1950.

Difatti, il Congresso Mariologico-Mariano Mondiale del 1950 si celebrò sotto l'egida del Presidente del Comitato Centrale per l'Anno Santo, E.mo Sign. Card. Valerio Valeri, allora Assessore della S. Congregazione per la Chiesa Orientale, e dell'E.mo Sign. Card. Francesco Roberti, allora Presidente del Comitato dei Congressi; mentre l'E.mo Sign. Card. Giuseppe Pizzardo, che tanta benevolenza ha usato verso l'Accademia, ne presiedeva i lavori. Il Congresso del 1954 assolveva al suo mandato sotto l'alta direzione dell'E.mo Sign. Card. Alfredo Ottaviani e dell'E.mo Sign. Card. Pro-Vicario, Luigi Traglia, allora Presidente delle celebrazioni centenarie mariane. Il Congresso del 1958 poi si celebrava sotto l'alta direzione dello stesso Legato Pontificio, E.mo Sign. Card. Eugenio Tisserant.

Senza dire che io stesso Papa Pio XII, di venerata memoria, ne seguiva e benediceva i lavori, talora personalmente, talora tramite l'Ecc.ma Segreteria di Stato. E' doveroso perciò ricordare l'autore­vole appoggio avuto in più circostanze dall'E.mo Sign. Card. Segre­tario di Stato, Domenico Tardini; dall'allofa Ecc.mo Sostituto, Mons. Giovanbattista Montini; dall'attuale Sostituto, Mons. Angelo Del­l'Acqua.

Un ricordo a parte poi ritengo doveroso rivolgere all'E.mo Sign. Card. Vicario, Protettore dell'Ordine nostro, Clemente Micara, per l'alto e costante conforto dato alle iniziative dell'Accademia, senza dire della parte avuta nella vita, negli sviluppi e nell'ulteriore orga­nizzazione dell'Accademia da Sua E.za Rev.ma il Sign. Card. Al­fredo Ottaviani, oggi benemerito Protettore.

Appare dunque evidente come l'Accademia è cresciuta, sostenu­ta, alimentata, irrobustita all'ombra e per opera della Gerarchia; fino alla maturità, sino al momento cioè in cui il Supremo Pastore della Chiesa, il Pontefice felicemente regnante, la riconosceva dav­vero idonea e matura per protendersi sicura e fiduciosa al lavoro futuro.

Se dunque l'Accademia è nata, si è sviluppata, è cresciuta alla ombra della Gerarchia, a questa deve andare il ringraziamento dove­roso e filiale. Sia pertanto consentito dire qui, in questa solenne as­semblea, memori della parola dell'Apostolo: «Et grati estote», il sentito, filiale grazie a quanti hanno dato la loro opera, il loro ap­poggio, il consiglio e l'ornamento alla Pontificia Accademia Mariana Internazionale.

E' evidente che una simile opera abbia comportato una immen­sità di lavoro e una mole di partecipazioni esterne, delle quali se si volesse tessere l'elenco, dovremmo riempire alcune pagine. Eminen-tissimi Principi ed Eccellentissimi Presuli, che vi onorate di farne parte; insigni mariologi, che vi portate il contributo del vostro sa­pere; uomini di scienza e di fede, che vi fate confluire l'ardore e il tesoro delle vostre esperienze; confratelli, che non avete risparmiato fatica insonne; Superiori, che avete benedetto: usateci la cortesia e dispensateci da un elenco del genere.

Ci sia consentito solo elevare un pensiero filialmente riconoscente e grato al Vicario di Cristo, riconfermandoGli che la Pontificia Acca­demia Mariana Internazionale vorrà lavorare secondo il nobilissimo programma, sintetizzato nel trinomio: veritas, caritas, unitas, che si desume dal Motu proprio Maiora in dies, e che caratterizza mirabil­mente tutta l'azione Sua.

Anzi è proprio sotto questa visuale e per questa finalità che essa è sorta e vuol vivere: per perseguire le vie della veritas, con amore e con ardore e rigore scientifico, per cementar i vincoli della caritas, fra tutte le famiglie religiose, fra tutte le tendenze culturali, fra tutte le direzioni scientifiche mariologiche; per cooperare efficacemente al­l'instaurazione dell'unitas evangelica, non solo nell'ambito stesso del corpo sacerdotale e mistico, ma per tendersi ai fratelli che, sospinti da una profonda interiore esigenza e da una forza sovrumana, sono prossimi alla porta dell'ovile unico ed attendono che una mano, la materna mano della Madre, li riporti al calore e all'amore del Figlio, che, per quanti si onorano del nome cristiano, vuol essere, come è stato, redentore.

La Pontificia Accademia Mariana Internazionale è ben consape­vole di quella verità, enunziata tanto eloquentemente da quel grande teologo che fu il mai abbastanza compianto P. Mariano Cordovani, che la mariologia è «la parte più delicata, come la perla della scienza teologica» (CORDOVANI M., Per la vitalità della Teologia, in Angelicum 17 [1940] 211); e ci sembra quasi un riecheggiamento della celebre frase agostiniana, in merito alla dottrina trinitaria: «Nec periculosius alicubi erratur, nec laboriosius aliquid quaeritur, nec fructuosius aliquid invenitur» (S. AGOSTINO, De Trinitate, lib. I, c. 3; PL 42, 822b).

Lo studio della mariologia comporta gravi rischi e ha una diffi­cile eredità: basterebbe volgere le pagine della storia mariologica, dagli albori del cristianesimo fino a noi.

La nostra età converge principalmente la propria attenzione più che ai privilegi personali di Maria, dei quali quattro sono dogmatica­mente definiti, alla sua cooperazione nell'economia della nostra salute, cioè alla sua funzione sociale.

Come è ben noto, nel primo Congresso Mariologico Internazio­nale, alla vigilia della definizione dell'Assunzione fu emesso il se­guente voto: «Cum personalia B. V. Mariae attributa praecipua: divina maternitas, perpetua virginitas, immaculata conceptio, corporalis assumptio, sint iam dogmatice definita, hoc est adhuc in fidelium votis, ut dogmatice quoque definiatur: B. V. Mariam Christo Servatori in operanda humana salute esse intime sociatam, ideoque veram existere in redemptionis opere cooperationem, itaque spiritualem esse hominum matrem, omnium gratiarum deprecatricem et administram, uno verbo universalem Dei hominumque mediatricem» (cf. Alma Socia Christi, I, Romae 1951, 298).

Tuttavia si crede da alcuni, specialmente nell'attuale movimento ecumenico, che questa mediazione universale di Maria costituisca un ostacolo per l'auspicata unione di tutti i cristiani. E il motivo sarebbe che «le rôle de Marie réparatrice, médiatrice de grâce, intemédiaire, pour accéder au Christ, nous paraît également porter attente au salut accordé librement par Christ seul» (MAURY P., Protestantisme et catholicisme, in Protestantisme français, coll. Présences, Paris 1945, 418-419).

Per evitare in questa delicata questione il deplorevole «minimalismo» e il non meno dannoso «massimalismo», giova tenere dinanzi agli occhi il piano divino della redenzione.

Leone XIII, parlando della Chiesa, afferma che dobbiamo consi­derare non tanto il modo come la Chiesa possa essere una, bensì come il fondatore ne ha voluta l'unità: «ad id quod revera gestum est, iudicatio est omnis revocanda exquirendumque non sane, quo pacto una esse Ecclesia queat, sed quo unam esse is voluti, qui condidit» (Encicl. Satis cognitum, 29 giugno 1896; DENZ., n. 1954).

Lo stesso si deve dire riguardo all'economia della nostra salvez­za, come anche riguardo alla spinosa questione se veramente per la sua realizzazione sia stata necessaria la cooperazione di Maria San­tissima.

Non v'è alcun dubbio che come Dio fu pienamente libero di sal­vare il genere umano o di lasciarlo nel peccato, così ugualmente lo fu nel determinarne il modo e le condizioni. Se dunque avesse sta­bilito che l'opera di Cristo, benché in sé sufficientissima e sovrabbon­dante, non sarebbe stata accettata senza la cooperazione di Maria, allora questa cooperazione entrerebbe insieme col Cristo a costituire l'opera integrale della redenzione nel senso stabilito da lui.

E poiché la Sacra Scrittura ci mostra Maria talmente unita al Cristo, che egli mai si sarebbe incarnato senza il previo e libero consenso di lei, il cui proferimento (Lc 1, 26 ss.) fu spesso confermato (Lc 2, 22 ss.), specialmente ai piedi della croce (Gv 19, 26ss.); e poiché i Santi Padri la presentano associata al Cristo come nuova Eva a nuovo Adamo, quasi che Dio abbia voluto attuare la reden­zione del genere umano attraverso un uomo e una donna, come attraverso un uomo e una donna ne era stata causata la rovina; ne segue la necessità di indagare se Maria (secondariamente, in una dipendenza totale dal Cristo, dai cui meriti proviene e la personale redenzione di Maria e la efficacia della sua cooperazione) abbia pre­stato la sua opera e quale insieme al Cristo per l'acquisto delle grazie e per la loro distribuzione.

Nessuno dei cattolici mette in dubbio che «unus est Mediator Dei et hominum Christus Jesus» (1Tim 2,4), come pure che «unus est Pater noster», e anche che «unus est Magister noster» (Mt 23, 8-10); nessuno dubita che Cristo sufficientemente ed efficacemente con la sua passione e morte abbia riconciliato il genere umano con Dio.

Però è anche certo che Iddio, il quale, secondo S. Agostino, «fecit te sine te, non te iustificat sine te» (Sermo 169; PL 38, 923), dopo questa sufficientissima e sovrabbondante redenzione di Cristo in atto primo, esige - secondo il detto dell'Apostolo «adimpleo ea quae desunt passioni Christi in carne mea» (Col 1, 24) - la nostra individuale cooperazione, benché questa non aggiunga nulla alla gra­zia divina. E ci si può chiedere se Maria non sia il prototipo di questa cooperazione.

E mentre è certo che il Cristo sia mediatore unico in senso asso­luto, ci si può chiedere se esistano dei mediatori secondari (i sacer­doti, i santi), dei quali Maria sarebbe il prototipo. Lei certamente non può presentarsi come mediatrice in senso univoco e identico col Cri­sto, ma ci si può chiedere se sia mediatrice in un senso tale da com­portare più differenza che non somiglianza!

Già nel medioevo il Dottore Serafico, dopo aver detto che la Vergine SS. «non indiget nostro mendacio quae tantum piena est ventate» (Sent. III, d. 3 q. 2 ad 3; ed. Quaracchi, III, 68b), ammo­niva di avere sempre dinanzi agli occhi la gloria e l'onore e l'eccel­lenza di Cristo «ne dum Matris excellentia ampliatur, Filii gloria minuatur» (Sent. III d. 3 p. 1 q. 2; ed. Quaracchi, III, 68). E tale principio fu così costantemente presente nella mente dei teologi cattolici, che neppure osavano ammettere l'esenzione di Maria dal peccato originale, finché Duns Scoto non ebbe provato che è proprio una simile esenzione a manifestare l'eccellenza della perfettissima re­denzione di Gesù Cristo.

La teologia cattolica precisamente perché ha una idea incom­parabile del Verbo «factum ex muliere» (Gal 4, 4), ne onora la Ma­dre. Nella verità rivelata dalla Sacra Scrittura, che Maria è la Madre di Dio, si trova almeno implicitamente la ragione del culto mariano, ed ivi come nel germe sono contenuti vari privilegi mariani.

Non nasce certo difficoltà, e anche un protestante di buona vo­lontà potrebbe ammetterlo, quando si tratta di attribuire a Maria in cielo quella stessa mediazione esercitata da lei a Cana di Galilea: ivi infatti è in giuoco soltanto la cooperazione soggettiva, che si esplica nella intercessione, ossia nella distribuzione delle grazie acqui­state dal solo Cristo. Il problema invece diventa arduo quando ci si accinge a parlare della  cooperazione alla redenzione oggettiva, in atto primo.

Nessun teologo serio pensa che Maria, una semplice creatura, abbia potuto aggiungere qualche cosa al valore intrinseco dell'opera redentrice di Cristo. Però il punto cruciale è nel sapere se Iddio per la sua immensa bontà e saggezza abbia voluto l'opera di Cristo solo come redenzione del genere umano oppure l'opera di Cristo unita con quella di Maria SS., sua generosa Socia e Nuova Eva; e inoltre in quale senso si debba intendere una tale indissolubile unione.

E su questo problema, come su tanti altri che la Pontificia Acca­demia Mariana dovrà affrontare, noi aspettiamo fiduciosi la risposta di un grande e noto teologo, Mons. Pietro Parente, Arciv. tit. di Tolemaide di Tebaide, Assessore della Suprema S. Congregazione del Sant'Offizio, che, nonostante i tanti impegni, ha accettato di tenere oggi il discorso ufficiale.

E' una nuova benemerenza che Ella, Eccellenza, acquista oggi nei riguardi della Pontificia Accademia, dopo le tante acquistate nel passato sia col prezioso appoggio datole sin dalle sue origini, sia col degnarsi di farne parte quale Socio Ordinario, sia con la partecipazione ai tre Congressi Mariologici Internazionali, promossi dalla medesima, sia con le dotte e profonde conferenze tenute in varie circostanze. Grazie dunque, Eccellenza! La Vergine SS. con la sua materna gene­rosità non mancherà di ricompensarla.

Nell'alto medioevo Giovanni Duns Scoto, nella sua nota regola mariologica: «Si auctoritati Ecclesiae vel auctoritati Scripturae non repugnet, videtur probabile, quod excellentius est, attribuere Mariae» (Ordinatio III, d, 3 q. 1; BALIC C., Ioannes Duns Scotus Doctor Immaculatae Conceptionis, I, Romae 1954, 13), ha posto prima della Sacra Scrittura il Magistero della Chiesa per la convinzione che il Cristo ha affidato la custodia e l'autentica interpretazione del deposito rivelato non ai singoli fedeli né ai singoli teologi, ma al Magistero della sua Chiesa, il quale deve essere per ciascun teologo la norma prossima della verità.

E per questo siamo lieti che il primo Protettore sia stato scelto nella persona dello stesso Segretario della Suprema S. Congregazione del Sant'Uffizio, E.mo Sign. Card. Alfredo Ottaviani, che già più di una volta, con la sua proverbiale schiettezza e fermezza, ma pure con la profondità del sapere teologico e col senso della Chiesa, che lo di­stinguono, è insorto contro deviazioni di vario genere, di costume e di dottrina, anche mariologica. È quindi questa scelta un motivo di maggiore impegno, ma anche garanzia per il domani. E di ciò siamo profondamente grati all'Augusto Pontefice, che ha voluto scegliere proprio Vostra Eminenza ad alto Patrono dell'Accademia.

Eminenza, se è lecito profittare della Vostra benignità, vorremmo pregarLa di dire a Sua Santità il nostro filiale ringraziamento per avere attribuito all'Accademia il titolo di «Pontificia», per avere costituito il Comitato Permanente dei Congressi Mariani; di assicu­rare il Vicario di Cristo che quanti hanno responsabilità nella dire­zione della stessa Accademia, hanno ben compreso quelle parole, profondamente ammonitrici, del Motu proprio Maiora in dies: che cioè i teologi devono sempre avere dinanzi agli occhi le norme del Magistero della Chiesa «quibus sane cavetur ne Mariologia, sanis solidisque nisa fundamentis, sive falso immodicoque ausu veritatem supergrediatur, sive nimia prematur angustia in singulari illa consideranda dignitate Matris Dei almaeque Sociae Christi Redemptoris» (AAS 52 [1960] 26). La Pontificia Accademia Mariana non potrà mai dimenticare che la devozione a Maria SS. non tende ad altro che «a rendere più robusta, pronta ed operante la nostra fede, più ardente la nostra carità, e più sentito e fecondo l'impegno cristiano: per Mariam ad Jesum» (GIOVANNI XXIII, Radiomessaggio alla città di Torino, 27 marzo 1960; in L'Osservatore Romano, 30 marzo 1960), sicché è necessario non attaccarsi ad «alcune pratiche o devozioni particolari forse eccessive nello stesso culto della Madonna, la cara Madre di Gesù e madre nostra», le quali «da sole non esauriscono il compimento degli obblighi religiosi» (L'Osservatore Romano, 25 no­vembre 1960).

Questi moniti, cui potrebbero aggiungersi alcune idee madri dell'Enciclica di Pio XII Humani generis, insieme al trinomio pro­grammatico sopra ricordato: veritas-caritas-unitas, saranno a base e baluardo del comune lavoro che la Pontificia Accademia Mariana Internazionale vorrà, con umiltà di intenti ma con generosità di ani­mo, affrontare, organizzare, favorire, svolgere perché si collabori a quel «profectus fidei, non permutatio... in suo dumtaxat genere, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu eademque sententia» (VINCENTIUS LIRINENSIS, Commonitorium, c. 23; PL 50, 667), che la Chiesa persegue; perché si cooperi con la Madre nostra celeste, giustamente chiamata «permagnum unitatis christianae praesidium» (GIOVANNI XXIII, Motu proprio Maiora in dies, in AAS 52 [1960] 26) alla rico­struzione dell'unità di tutti i cristiani; perché si ricomponga l'unità nella carità, nell'amore fraterno, donde alla Chiesa cattolica e alla stessa società verrà quella nuova luce, quelle nuove spinte, quelle desiderate ascensioni, che, in questo clima preconciliare, già sono operantemente presenti nella mente, nel cuore, nella fede della Chiesa, che, unita nella preghiera insistente da un capo all'altro della terra, affretta il compimento dei voti del Vicario di Cristo: la celebrazione dell'Assise universale, donde dovrà sorgere un'era nuova del costu­me cristiano. E a questo fine ripetiamo le parole del grande Pio IX, fatte sue or è una settimana da Giovanni XXIII: «Maria, Regina della Chiesa e propugnatrice, Tu, benignamente, ricevi nella tua materna fede e tutela le consultazioni, le fatiche, i lavori e la per­sona del Vicario del Figliol tuo benedetto, Gesù Cristo, e fa che i redenti dal sangue immacolato del Figlio tuo tornino a prostrarsi ai piedi dell'Altare del Dio vivente in unità di spirito, in unità di cuore, in unità di fede» (L'Osservatore Romano, 9-10 dicembre 1959).

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
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