Ordinatio III d. 8. q. unica
1. Sulla distinzione ottava mi domando se in Cristo vi siano due filiazioni reali.
2. Sembra di no: Perché la filiazione comporta un figlio: se due filiazioni, due figli. Ma Cristo non è due figli. Quindi non vi furono due filiazioni reali.
3. Inoltre, secondo ANSELMO, De incarnazione Verbi, cap. 8 e Cur Deus homo?, cap. 9; e anche in AGOSTINO, De ecclesiasticis dogmatibus, cap. 2, ad incarnarsi è stato il Figlio, non un’altra Persona, perché non si avesse confusione nelle proprietà. Perciò ora non c’è confusione, come si avrebbe se ad incarnarsi fosse stato il Padre. Ora il Figlio non ha altra filiazione se non eterna, altrimenti non si avrebbe minore confusione nelle proprietà per l’Incarnazione del Figlio che per quella del Padre, in quanto non si avrebbe un’unica filiazione.
4. Non c’è filiazione reale verso la madre se non vi è stata una reale relazione. Questa relazione non c’è stata nella morte, la quale sciolse tale relazione, e quindi non vi fu tale filiazione; o l’ebbe con la resurrezione, ma questo sembra improbabile perché la resurrezione non fu una presa dell’essere come fu la generazione. Perciò non sull’essere preso con la resurrezione si fonda la relazione che si fonda sull’essere preso con la generazione. Ovvero non l’ebbe neppure allora, per cui non sarebbe ora Figlio più che dopo la morte.
5. Non bisogna affermare una reale relazione di Cristo con la Madre se non ammettendo ch’egli fu vero figlio suo; ma questo si può dire solo se non si pone una reale relazione tra lui e lei. Come Dio è realmente padrone della creatura e tuttavia la relazione di dominio non è in lui relazione reale, così la relazione del Creatore non è relazione reale in lui, pur essendo veramente creatore reale della creatura.
6. Dio ha prodotto la creatura come artefice, cioè con la relazione di ragione, giacché la sua scienza è arte che crea in sé le idee con atto di ragione. Affermare dunque che egli è artefice e capace di creare indica che in lui c’è solo una relazione di ragione. A maggior ragione che il Cristo sia figlio di Maria significa che in lui c’è solo una relazione di ragione. Sembra infatti che sia più necessaria quella relazione che si presuppone ad ogni cosa e che sia reale, che non quella che segue all’esistenza della cosa.
7. Se la relazione con la madre fosse reale, egli dovrebbe essere uguale alla madre secondo la natura umana. Ma questo è falso. Dunque è falsa anche la premessa.
Che la conseguenza sia falsa si prova manifestamente dal fatto che l’eguaglianza si fonda sopra l’unità dell’unione. Ora qui non c’è una reale unità di unione con la madre. Lo si constata osservando le unioni reali. Dunque.
8. Al contrario: Se il Padre si fosse incarnato, sarebbe stato figlio ma non per filiazione eterna bensì temporale. La proprietà eterna di Figlio è altrettanto astratta da qualsiasi riferimento alla creatura quale suo termine, come la proprietà del Padre, Perciò il Figlio per il modo della filiazione eterna non ha niente a che fare con la Madre da doversi dire figlio per questo. Dunque per un’altra ragione.
9. Inoltre il FILOSOFO nel V Metafisica, cap. «Ad aliquid», ritiene cosa incongrua che la stessa cosa venga detta due volte. Ora se c’è una cosa incongrua al massimo è che questo si dica d’un medesimo fondamento e soggetto e d’una medesima relazione. Perciò Cristo non si può dire ch’ebbe lo stesso modo di relazione al Padre e alla Madre.
[I. Sulla Questione
A. Opinioni di altri]
10. C’è chi dice che in Cristo non vi furono due filiazioni reali.
E questo per due ragioni.
[1. prima ragione ed il suo rifiuto]
11. Una è perché la filiazione spetta al soggetto non alla natura. La natura infatti non si dice in alcun modo figlia. Ora qui c’è un solo soggetto, quindi una sola filiazione.
12. Contro questo argomento:
Se la filiazione spetta solo alla persona così da non poter venir moltiplicata, pur potendo venir moltiplicato il fondamento, si deve di re che la relazione le spetta o assolutamente, o in forza dell’origine della stessa relazione. Non nel primo modo, perché allora se Cristo fosse stato bianco non sarebbe stato realmente simile a un altro individuo bianco, come non sarebbe stato realmente simile a un altro che avesse la stessa quantità com’egli ebbe. Nei soggetti creati le relazioni non si possono moltiplicare in base alla natura.
Quanto al secondo modo ancora è falso, perché non vi è maggior ripugnanza nell’affermare la pluralità della relazione di origine nel soggetto che lo stesso atto d’origine che precede tale relazione, che è la ragione prossima su cui si fonda. Ora del soggetto si possono dare più origini, come attesta il DAMASCENO, cap. 35: «Veneriamo due generazioni in Cristo».
13. L’eterno Padre, anche se è una persona sola, ha due relazioni d’origine rispetto al Figlio e allo Spirito Santo, e ciò in base all’identico soggetto personale e all’identico fondamento, dato che le due relazioni di produzione attiva si fondano sull’essenza. A maggior ragione due fondamenti diversi possono fondare due relazioni d’origine passiva.
14. Secondo il Damasceno, c. 53, Cristo ebbe due generi d’operazioni. Ora la relazione non riguarda il soggetto più che l’operazione, è infatti proprio del soggetto l’operare (7 Metafisica). Dunque...ecc. Da questo che si dice dell’operazione si può ricavare per il nostro tema che, come il Cristo compiva naturalmente alcune azioni proprie della natura umana, come il mangiare e il bere, così se avesse generato due figli avrebbe realmente avuto due paternità nei loro riguardi per le due generazioni attive. Quindi per le due generazioni passive, ebbe due filiazioni.
15. Ugualmente, ciò che compete al Cristo in forza della sua persona eterna, non si deve dire di lui in quanto uomo. Come infatti è falso dire: «Cristo in quanto uomo è persona eterna», così anche l’altra: «Cristo in quanto uomo è Figlio» se si intende dire con il solo riferimento alla sua persona eterna.
[2. Seconda ragione e sua confutazione]
16. La seconda ragione si può considerare come una conseguenza: due qualità della stessa specie non possono trovarsi nello stesso soggetto. Ora le due filiazioni sarebbero della stessa specie se si trovassero nello stesso soggetto. Dunque...
17. La maggior viene spiegata da taluni in due modi:
a) la potenza tende di per sé alla forma ma non precisamente a questa forma, in quanto è quello che è a seconda di quello che riceve. Per cui se potesse essere in atto secondo una forma precisa e in potenza secondo un’altra, si avrebbe una spiegazione nulla perché la forma che può essere questa o quella prima sarebbe in potenza e poi in atto:
b) ogni distinzione o è fatta in forma di divisione o in forma di opposizione. Quando si fa per opposizione non vi possono essere parti della stessa specie; quando si fa per divisione non si può fare se il soggetto è identico, perché gli accidenti non hanno una distinzione numerica o una loro entità separatamente dal soggetto.
18. E se ne ha una prova nel fatto che non vi possono essere più proprietà assolute della stessa natura nelle persone divine, in quanto esse non si distinguerebbero né per opposizione né per divisione se non dividendo la stessa essenza divina. Ma questo è un assurdo. Dunque...
19. Si piega la conseguenza in quanto colui che genera acquista la paternità verso il primo figlio col primo atto di generare; nel secondo atto di generare non acquista una nuova paternità, ma con la stessa paternità si rapporta al suo secondo figlio. Come dunque non vi possono essere in tal caso più paternità perché le forme sono della stessa specie, così non vi possono essere più filiazioni per la stessa ragione.
20. Contro tale opinione diciamo che ci sembra falsa sia la maggiore che la minore.
21. Si prova che è falsa la maggiore. In ogni ordine di enti ammessa l’unità del primo è possibile che vi sia una pluralità di esseri successivi non perché vi siano contenute né perché siano uguali a lui. Il soggetto infatti è primo essenzialmente di qualunque attributo che gli spetti. Di per sé questo non gli spetta né gli è adeguato. Dunque.
22. Si dimostra la premessa antecedente per la somiglianza che passa nel rapporto causa ed effetto. Una causa può esser tale in rapporto a molti effetti; e anche se l’effetto non è contenuto nella causa, non è maggiore l’incompatibilità degli effetti successivi che vi - ineriscono, se vi ineriscono non per se stessi, rispetto agli altri che esistono per sé. Non c’è infatti una causa intrinseca per cui all’unità segua anche l’unione, specialmente se non sono simili adeguatamente, così che uno di essi passando all’atto determini anche la potenzialità del soggetto ricevente. Non c’è dunque contraddizione che molti accidenti assoluti della stessa specie si trovino accidentalmente in un medesimo soggetto, anche senza essergli adeguatamente simili.
23. In alcuni casi questo si prova anche di fatto. Ad es.: molte specie d’immaginazioni si hanno nel medesimo organo della fantasia, altrimenti se scomparisse la specie di un oggetto immaginabile, nessuno avrebbe più potere di immaginare perfettamente qualcosa d’immaginabile. Ed è chiaro che queste specie sono della stessa specie degli oggetti da cui vengono ricavate, e si trovano nella stessa parte dell’organo in quanto non si potrebbe dividere l’organo in tante parti minime corrispondenti a tante specie d’immaginazioni per se stesse esistenti separatamente, mentre invece possono esistere nell’organo intero. Quindi bisogna che ad esse non corrispondano parti distinte dell’organo.
24. Si può obbiettare: perché non dovrebbe con un’operazione naturale una stessa quantità modificarsi per avere simultaneamente più qualità dello stesso genere?
Rispondo che in un soggetto vi sono molte potenze a più forme della stessa specie, e a meno che non sopraggiunga un atto che contenga tutti gli atti possibili per quel soggetto perfettibile, la sua potenzialità a ricevere forme non finisce mai. Non c’è quindi contraddittorio che vi sia un’altra forma simile che di fatto non ne venga introdotta un’altra da un agente naturale, dato che esso tende a una preesistente forma imperfetta. Tale forma apporta una qualche realtà idonea a far parte della realtà preesistente, e la unisce ad essa come parte a parte senza indurre una forma diversa. Non sarebbe incongruo che essa fosse diversa perché con questo il soggetto non sarebbe diverso, giacché un soggetto ha potenzialità a molte forme della stessa specie ed è illimitato ad esse, illimitato a qualcuna senza bisogno di doversi moltiplicare con esse.
25. La ragione or detta è conseguenza della pluralità di modi assoluti nello stesso soggetto possibile. Ma anche se essa non è conclusiva per il nostro assunto, può facilmente venir applicata a proposito delle relazioni della stessa specie. Il motivo è che la paternità ha il suo fondamento nell’aver generato, e la filiazione nell’esser stati generati; di conseguenza questa paternità si riferisce a questo figlio con questa filiazione.
26. Inoltre, i termini correlativi coesistono per natura loro: se scompare uno scompare anche l’altro: per cui se in questo figlio si distrugge la filiazione, viene meno anche nel padre la paternità. Perciò se rimane la paternità rispetto al secondo figlio essendo scomparsa la prima verso il primo figlio, segue che la paternità verso il secondo figlio è diversa da quella verso il primo. Infatti non sopraggiunge alcuna nuova relazione per il venir meno del primo figlio, come nessuna nuova generazione viene per il primo figlio supposto che il secondo sia stato generato lui ancora vivente.
27. Inoltre, quando qualcosa è tale nel suo limite ultimo, non può rimanervi se non possedendolo così com’esso è, come la bianchezza non può rimanere sulla superficie se la stessa superficie non è bianca, anzi se la superficie non è bianca con il massimo di bianchezza. Ora la relazione si ha quando qualcosa è in rapporto al punto limite ultimo di un’altra cosa. Perciò non può rimanere la medesima in quel punto, se quello in cui rimane non è proprio quella a cui si rapportava. Pertanto la paternità non è più quella, dal momento che la relazione esprime formalmente il fatto dell’avere quel termine.
28. Inoltre, un padre si relaziona diversamente rispetto a questo o a quel figlio. Se quindi si ha una relazione diversa, abbiamo quello che cerchiamo; se si ha un diverso rapporto dello stesso genere, ancora una volta si ha quel che cerchiamo, perché questi rapporti dello stesso genere si fondano sull’appartenenza alla stessa specie. Inoltre è falso anche perché il riferimento non è sempre fondato sulla relazione essendo cosa diversa da essa, ed è superfluo ammetterli ambedue. Se poi tale riferimento si identifica con la relazione su cui si fonda, vuol dire che i punti di riferimento si possono moltiplicare e così pure la relazione: ed è quello che volevamo.
29 Inoltre, una distinzione fatta su qualcosa che viene prima, implica la distinzione in qualcosa che viene dopo. Ora non soltanto la persona che ha relazione viene prima della relazione ma anche il suo fondamento. Quindi se si hanno più fondamenti si hanno più relazioni. Così è nel nostro caso: due fondamenti, dunque due relazioni.
30. Inoltre, anche la minore di questo argomento è falsa perché la filiazione eterna e quella temporale non sono della stessa natura. E questo è soprattutto vero per quelli che negano che vi sia qualcosa d’identico tra ciò che è eterno e ciò che è temporale.
[B. - Opinione propria]
31. Alla questione dico che altra è la filiazione di Cristo con il Padre, altra con la Madre, e ambedue sono reali.
32. [In Cristo ci sono due filiazioni] - Prima provo che la filiazione è una relazione di somiglianza tra il prodotto, avente natura simile al producente, in una natura intellettuale. Le singole particelle della proposizione sono evidenti: la paternità è una relazione da parte del generante; la filiazione da parte del generato; il naturalmente, pure, giacché per la mancanza di questa particella lo Spirito Santo non è figlio; similmente la somiglianza generante per cui non si può dire che il verme è figlio del sole; nella natura intellettuale, per cui il fuoco non è figlio di un altro fuoco, né la pianta di un’altra pianta, né propriamente un bovino di un bovino.
33. Ma se vuoi proprio sostenere che l’animale bruto è figlio del bruto, e il vitello figlio del toro, si può anche ammettere che la filiazione è il rapporto del prodotto per natura simile al producente anche nella natura non intellettuale o sensitiva.
34. In questa descrizione non si considera per sé e primariamente il soggetto se non in quanto è passivo nella produzione, mentre le altre cose riguardano la natura o del producente o del prodotto o di ambedue. La filiazione quindi per nessuna ragione indica di più il soggetto che non la generazione passiva. La generazione passiva è comunque molteplice per la molteplicità delle nature attualmente esistenti ricevute con le stesse generazioni, come appare nel Damasceno cap. 53, per cui a Cristo appartengono due generazioni, e quindi la filiazione è plurima in conformità alla loro pluralità.
35. Ugualmente, ciò che abbiamo ricavato considerando il fondamento, si prova pure dai termini, cioè che non vi può essere la stessa relazione verso i due termini, perché allora la stessa cosa sarebbe e non sarebbe nello stesso tempo.
36. Inoltre il nostro asserto tuttavia si prova meglio con una considerazione particolare. Le proprietà personali divine giustamente non hanno come punto di riferimento un termine creato. Perciò come l’eterna paternità non può essere una relazione per cui il Padre verrebbe detto figlio in senso temporale, così neppure la filiazione eterna per cui il Figlio verrebbe detto figlio in senso temporale.
37. [Le filiazioni sono reali] Seconda prova, cioè che ambedue sono reali. È chiaro per la filiazione eterna essendo il Figlio realmente eterno.
38. Per quella temporale lo provo. Si dice relazione reale quella che sorge fra due termini estremi che sono tali per natura loro e non per un’operazione intellettuale. Perciò posta una madre che genera e dato un soggetto che ha una natura sua per effetto di generazione e della natura degli estremi, senza operazione dell’intelletto, ne segue da una parte la filiazione, dall’altra la maternità.
39. Che se uno immagina che in tal caso interviene l’intelletto a causare la relazione, la cosa è da respingere. Se Maria avesse generato un semplice uomo, sarebbe stata veramente madre, e il figlio sarebbe stato con lei in relazione reale. Ora ella agì in questo caso come avrebbe agito allora, e il Cristo come uomo non prese meno una reale natura da essa come avrebbe fatto da semplice uomo. Perciò egli è figlio, in questo caso, come sarebbe bastato nell’altro, in virtù della natura dei due termini estremi: quindi vi fu una relazione reale in ambo i casi.
[C. – Un dubbio]
40. Ma c’è un dubbio: se questa filiazione reale ha proprio lo stesso fondamento, cioè di natura ricevuta per generazione.
41. Sembra di sì. Il rapporto della creatura rispetto al creatore è di effetto rispetto alla causa efficiente, per cui il fondamento è identico, come si vede nella Distinzione prima, secondo libro. Quindi è uguale il rapporto dell’effetto rispetto alla causa efficiente prossima. La conseguenza si dimostra per il fatto che tutte le cause efficienti coordinate tra loro operano come una sola causa totale. Una stessa relazione non è in questa consostanziale e non consostanziale.
42. Rispondo: Questa relazione non ha il medesimo fondamento, perché come v’è contraddizione a che qualcosa continui ad esistere realmente se non continua ad esistere ciò che lo fa essere quello che è, così è contraddittorio che qualcosa sia realmente in qualcuno se, anche senza di esso, potrebbe essere tale quale. Dunque come la prima relazione tra qualcosa e ciò senza di cui non potrebbe esistere, è identica nel correlativo, così la relazione verso qualcosa senza di cui il correlativo può sussistere ugualmente, non è identica per il termine correlativo. Ma questa natura potrebbe essere identica numericamente senza questa relazione alla madre e senza che esista questa madre come termine: Dio la potrebbe aver creata immediatamente; o un’altra madre avrebbe potuto generarla temporalmente, come si è accennato nella distinzione 16, del II libro, nella quale abbiamo detto che lo stesso figlio di un padre avrebbe potuto essere figlio di un altro padre. Dunque....
43. Se si obietta che una natura può venir condotta all’esistenza senza che la filiazione abbia in essa il suo fondamento, dal momento che la filiazione è fondata su di essa non si vede come tale natura possa rimanere senza di essa. Anzi, se vi fosse contraddizione tra l’avere una certa natura e l’essere figlio è come esser generato da una tale madre con tale natura; per cui l’esser generato da tal madre con questa natura implica l’impossibilità a non esserlo da tale madre con tal natura, giacché è come dire con contraddizione che li passato non è passato. Quindi include contraddizione l’affermare che chi ha una natura ricevuta dal generante non è figlio con tale filiazione. Ciò non sarebbe se la filiazione fosse aggiuntiva a tale natura.
44. Rispondo:
o la filiazione è davvero una relazione fondata sulla generazione passiva in quanto già avvenuta, cosicché sia realmente sia logicamente si può dire che qualcuno è figlio perché in un certo tempo generato, per cui il dire che uno è figlio si riferisce non a un fatto presente ma a qualcosa di già passato; se si dice: “Socrate sta per correre”, benché dica relazione reale, in realtà non dice qualcosa se non per il futuro, perché equivale a questa altra: “Socrate correrà”. Così questa altra: “Socrate è generato” equivale a questa: “Socrate fu generato”, - e la prima, secondo come qui si capisce, equivale a quest’altra: “Socrate è o fu figlio”. Ed in questo modo, “figlio” esprime una relazione reale, ma non secondo il suo puro essere, cioè come esistente di fatto, ma come cosa accaduta, che è certo reale in senso particolare, come lo è in quanto futuro, o molto più, il “figlio” dice relazione reale. Come la potenza prima dell’atto dice relazione reale, in qualche modo, ma ad una forma di realtà più debole.
45. Più ancora, la potenza che precede l’atto per la sua natura di potenza esprime una relazione reale in un certo modo, pur secondo un modo incompleto di essere. Sotto questo aspetto quella obiezione è corretta, perché in questo senso, ciò che una volta è stato figlio non può più non essere figlio, come ciò che una volta è stato non si può fare che non sia stato; come ciò che per una volta è stato possibile non può non essere possibile anche se non è presente in atto. In questo modo bisogna dire che, se Giovanni fosse scomparso nel nulla, sarebbe ancora figlio di Zebedeo. Dio stesso non potrebbe distruggere questa relazione, anche se il suo fondamento che è l’esistenza attuale venisse annientato. La filiazione non esprime maggiore realtà per un figlio esistente che per uno non esistente.
46. Diversamente si può anche dire che la filiazione esprime la relazione passivamente completa di un prodotto, permanendo l’attuale esistenza, di una natura ricevuta per generazione senza discontinuità. In questo modo Cristo sarebbe stato figlio di Maria fino alla morte; non lo sarebbe però dopo la resurrezione perché sarebbe interrotta l’esistenza attuale della natura umana ricevuta dalla generazione di Maria; e l’esistenza, ricevuta la seconda volta con la resurrezione, avrebbe avuto un’altra relazione verso Dio risuscitante. Secondo questa sentenza perciò dopo la resurrezione generale non vi sarebbe più alcun figlio di nessuno. Ma è un’opinione assurda.
47. In terzo modo, tra queste due soluzioni estreme c’è forse la possibilità di mediare, dicendo che la filiazione dice il rapporto tra il generato e il generante fondato sull’esistenza attuale di una natura ricevuta per via di generazione, o sulla natura stessa ricevuta per mezzo di generazione esistente in atto, e ciò sia continuativamente posseduta dopo l’accettazione senza interruzione, o anche posseduta con l’interruzione, qualunque delle due cose le accada.
48. Quindi ci sembra possibile rispondere all’argomento dicendo che anche se questa natura ricevuta per via di generazione non può essere numericamente unica, avendola ricevuta senza fondarla sul numero, tuttavia tale relazione non le è consostanziale. In assoluto, infatti, la stessa esistenza avuta con un certo numero può esistere senza quella relazione e senza quella generazione, se tale esistenza fosse stata immediatamente creata o generata da altri.
49. Quanto all’argomento addotto nel dubbio suddetto rispondo che è consostanziale il rapporto di una natura con la prima causa efficiente, perché questa natura non può esistere se non ha relazione reale con il suo principio efficiente. Ma rispetto alle cause seconde efficienti la relazione è solo accidentale perché la natura potrebbe rimanere la stessa senza rapporto di dipendenza a qualsivoglia seconda causa efficiente. Di questo ho parlato per esteso nella I Distinzione del secondo libro. Come poi sia uguale e come non sia uguale la relazione tra la creatura e Dio causa efficiente, uguale veramente e realmente, ma non uguale formalmente; e come non molto più si possano dire uguali la sostanza e la garanzia e fermezza del fondamento.
50. Ma tutto ciò non è contraddittorio, perché anche se nell’essere assoluto la verità e la bontà sono la stessa cosa quanto a realtà, e in questo essere assoluto questa verità e questa bontà, non si può dire che lo siano formalmente e quidditivamente per il fatto che verità e bontà sono attributi dell’ente, come dice il IV Metaphysica. Così in una realtà di cui si coglie il genere e la differenza specifica, e allo stesso modo la quiddità ed entità individuale e altro ancora, si è detto spesso che c’è questa distinzione da parte della cosa per cui una certa realtà non è formalmente la stessa anche se è identica.
51. Neppure è contraddittorio in secondo luogo dire che la relazione di vestigio ha carattere di fondamento e quindi in qualche modo identica al fondamento. Lo abbiamo già concesso nel secondo libro trattando del rapporto creatura-creatore, e tuttavia non si tratta di identità quanto al carattere dal fondamento. Lo abbiamo negato nel libro primo distinzione 3, questione De vestigio, in cui si dice che ogni relazione è identica nel suo fondamento ma non lo è ogni specie di fondamento per cui si distingue dagli altri in questo caso quello fondato sul vestigio.
[II. RISPOSTA AGLI ARGOMENTI PRINCIPALI]
52. Agli argomenti.
Al primo dico che il figlio è figlio per la filiazione come il padre è padre per la paternità (da questo non segue che se sono di più le filiazioni, sono di più anche i figli, perché enti concreti non si moltiplicano se non si moltiplichino tanto la forma quanto la persona. La sola pluralità della forma non basta, soprattutto quando più forme della stessa natura o espresse con lo stesso nome, possono coesistere nello stesso soggetto, come ad es. Cristo non è più persone volenti, anche se ha più volizioni, come afferma il DAMASCENO. Perciò l’argomentare: è figlio per filiazione, dunque per un’altra filiazione è un altro figlio, è una conclusione sbagliata derivata dalla distruzione della premessa.
53. Al secondo dico che se il padre si fosse incarnato vi sarebbe stata confusione, perché si parlerebbe di filiazione temporale di una persona alla quale appartiene la paternità eterna, per cui la sua persona si potrebbe confusamente dire ora padre ora figlio. Così non c’è questa confusione, perché è la stessa persona a venir detta figlio in ambedue le filiazioni. Perciò quando si dice Figlio assolutamente, s’intende distintamente della stessa persona, di qualunque filiazione si parli. Ma se invece si fosse incarnato il Padre, quando si venisse a dirlo figlio, non si capirebbe distintamente la stessa persona ma ora l’una, ora l’altra, genericamente anche se il discorso si rivolge all’una o all’altra filiazione L’argomento vale anche per il contrario, perché non vi sarebbe confusione allora come non ve n’è adesso, se non perché il padre con quella possibile filiazione e non per la sua relazione eterna, si potrebbe dire figlio di una madre. Perciò dobbiamo dire che il Figlio è figlio per una filiazione altra da quella eterna.
54. Quanto al terzo, è evidente, per quello che si è detto nella risoluzione del dubbio, che Cristo è figlio di Maria dopo la resurrezione della stessa filiazione di prima, perché la filiazione non si fonda sull’esistenza di una natura ricevuta per generazione a condizione che non sia interrotta ma in assoluto: per cui se l’esistenza è la medesima ed è medesimo l’altro estremo, anche la filiazione è identica: con la stessa azione in quanto fondamento torna uguale, e uguale la relazione. Se si argomenta che nella resurrezione si prende l’essere con diverso atto produttivo, rispondo che questo non abolisce la filiazione che ha il suo fondamento sull’esistenza avuta prima con la generazione; solo che si tratta di due diverse relazioni conseguenti a due atti produttivi di un solo identico ente: una di esse fu interrotta come fu l’essere del fondamento, l’altra invece è nuova e per la prima volta.
55. All’argomento successivo rispondo che Cristo si deve dire realmente e veramente figlio di Maria come veramente e realmente Dio si deve dire signore della creatura; ma anche che ricevette una natura realmente esistente con reale generazione passiva per cui segue ch’egli è figlio con reale filiazione.
56. All’altro argomento poi aggiungo che anche se si dice che Dio è formalmente creatore con una relazione di ragione, o nessuna relazione con una denominazione riconducibile al genere della relazione nel senso ch’egli compie la relazione nella creatura, come abbiamo detto nella distinzione 30 del primo libro, per questa sola relazione di ragione non è creativo. E con questo non mi riferisco a ciò che formalmente significa il termine «creativo» ma del suo fondamento: si dice che qualcosa fa caldo per il calore in quanto è il fondamento del potere calorifero e non semplicemente per una relazione fondata sul calore. La ragione si può toccare, perché nessuna relazione di ragione può essere la ragione formale per cui qualcosa può produrre un ente reale. L’ente di ragione infatti non esiste se non nell’intelletto, come l’oggetto conosciuto è nel conoscente. Questo è un essere manchevole rispetto al totale dell’esistente reale. Perciò esso nel suo genere di essere non può essere causa di niente secondo quell’essere reale esistente che è essere più perfetto, ma neppure di quello prodotto naturalmente o artificialmente.
57. Se a questo riguardo si porta la prova che Dio non può non creare che come un artefice, rispondo che la scienza di Dio, che è come una perfezione assoluta, si trova in lui per sua natura, ma non si può dire arte se non rispetto ad alcuni oggetti o di alcuni oggetti verso di essa. Dunque anche se Dio produce le creature come un artefice, questo non avviene come nella scienza in cui vi sia una ragione capace di muoverlo a produrre, ma soltanto perché quella facoltà assoluta che diciamo arte è intrinseca a Dio stesso, cosicché nell’argomentare c’è un errore: «Dio è produttivo come un artefice; un artefice è tale per una relazione di ragione; dunque Dio è produttivo per una relazione di ragione».
La maggiore infatti è vera se il termine medio non viene preso per quella stessa relazione che riguarda l’artefice ma come fondamento della stessa relazione. La minore è vera solo per la relazione formalmente presa.
Un esempio: il calore, per la potenza calorifica, produce il caldo. La potenza calorifica è una relazione. Dunque produce il caldo in forza della relazione. La maggiore è vera per quanto si riferisce alla potenza calorifica e al fondamento di questa relazione, ma non per la relazione potenziale. E la minore è vera in ragione della stessa potenzialità e della relazione da essa prodotta, ma non del suo fondamento assoluto. Come poi la scienza di Dio assoluta, in quanto assoluta, possa sufficientemente comprendere tutto il concetto di arte, in quanto l’arte esaurisce ogni possibile relazione delle creature verso di lui come artefice, è stato spiegato nelle distinzioni 35 e 36, primo libro, trattando delle idee.
58. All’ultimo argomento concedo che il Figlio è realmente uguale alla madre secondo la natura umana, e anche più eccellente.
Ma se si argomenta di quella unione - dimostro che l’accettazione di questa affermazione per cui la eguaglianza dipende dall’unità dell’unione, è sbagliata. Unione indica relazione: non è concepibile una unione con se stessi, cos’è allora una relazione? O è la stessa eguaglianza che si fonda su di sé; o è diversa e, se diversa, si fonderà sull’unità, ma quale unità? Se sull’unità, ma non sull’unità dell’unione, si potrà dire la stessa cosa dell’uguaglianza; se sull’unità dell’unione, si ha il processo all’infinito.
59. E se dici che non si tratta dell’unione della materia alla forma né di altre unioni visibili, ma di una unione di parità, sembra che si voglia spiegare una parola con un’altra dello stesso senso: uguaglianza e unione paritaria sono la stessa cosa. Ora, negare che nelle persone divine vi sia reale uguaglianza per che non vi è unità di eguaglianza, se la prima parte della proposizione ha un senso possibile, significa negare una cosa con la stessa cosa, come se l’eguaglianza non sia una relazione perché non è uguaglianza.
60. E quello che si aggiunge alla questione, cioè che occorrerebbe assumere l’eguaglianza dell’unione due volte, mentre invece non viene presa due volte se non in quanto ha l’unione di unità, si confuta da questo che è l’essenza a costituire il fondamento delle relazioni d’origine, le quali sono reali e tuttavia non provengono dalla natura della cosa.
61. Se si dice poi che, essa (l’eguaglianza) con la generazione è presa due volte, cioè nel producente e nel prodotto, mi domando: che significa venir presi due volte per effetto della natura della cosa? O possedere alcune qualità distinte in qualche modo, per effetto assoluto della natura, e qui la cosa è falsa; o avere semplicemente delle relazioni distinte perché si prendono due svolte della natura, ed è ammettere che essa fonda delle reali relazioni d’origine perché fonda delle relazioni reali. Ma questo è niente.
62. Quanto all’argomento conclusivo dico che l’eguaglianza si fonda sull’unità senza l’unione. La non-unità nelle creature è propria dell’ente singolo, non della natura. Di questa duplice unità abbiamo trattato abbastanza nella questione dell’individuazione, secondo libro, distinzione 3: per cui nel caso l’unità che fonda l’eguaglianza, non è l’unità della persona ma della natura. Ma perché la relazione sia reale non occorre distinguere o assumerla due volte: è sufficiente che essa permanga identica nell’esistenza, che gli estremi siano realmente distinti come nelle relazioni d’origine.
Perciò al nostro assunto dico: la natura umana in Cristo è in qualche modo un’unità reale minore dell’unità numerica, e lo stesso è dell’unità numerica in Maria. Questa unità è fondamento della mutua uguaglianza tra Cristo e Maria, se si afferma ch’essi furono uguali nella natura umana.